La solennità dell’Ascensione del Signore non commemora un distacco, ma celebra una presenza.
Cessa la presenza terrena di Gesù tra i suoi discepoli e inizia il tempo di quella invisibile nello Spirito, attraverso il segno visibile della comunità dei credenti: la Chiesa.
Gli apostoli fissano il cielo, che ha sottratto Cristo ai loro occhi; nel loro cuore vi è il peso di un’assenza, mitigato dalla promessa dello Spirito Santo.
Ma subito c’è chi li risveglia alla realtà: devono credere che stanno celebrando una presenza che elude tempo e spazio (I Lettura).
Il Risorto appare loro: la sua presenza rincuora, le sue parole confortano; ne saranno testimoni e annunciatori alle genti (Vangelo).
L’apostolo Paolo (II Lettura) dà voce al mistero stupendo che la festa odierna affida ai credenti: il Signore asceso al cielo, nostra speranza ed eredità, ci convoca a condividere la sua stessa gloria, dove egli ci ha preceduto.
Nell’attesa, la mente e il cuore rivolti ai gaudi eterni, viviamo in questo mondo con la libertà e la gioia di chi sa di essere in cammino verso il “tesoro di gloria” certo ed eterno.
La nostra fede non indulga a un’assenza, ma contempli e celebri una presenza.
Fate miei discepoli tutti i popoli
Il Concilio Vaticano II ha affermato la centralità della missione, definendola come attuazione essenziale della Chiesa e parte integrante dell’identità più intima della fede cristiana.
La sua essenza è profondamente cristologica, come ribadì il vescovo Franz Kamphaus (1932-2024), quando scrisse: «Il cristianesimo esiste solo perché esiste la missione; altrimenti, sarebbe rimasto all’ebraismo».
La Chiesa, infatti, è chiamata a operare come sacramento di salvezza per tutto il mondo, attraverso la testimonianza di Cristo risorto (cfr. Ad Gentes).
Negli ultimi anni, tuttavia, si è andata affermando una mentalità che tende a privilegiare l’accompagnamento e l’ascolto delle dinamiche del mondo, attenuando l’aspetto di evangelizzazione e conversione.
Questa prospettiva, influenzata dal dialogo interreligioso e dal rispetto per le diverse convinzioni, suggerisce che ogni credo possegga una dignità equivalente, invitando i cristiani a collaborare per il bene comune senza pretendere una superiorità della verità rivelata.
Tale approccio, pur valorizzando l’incontro e la condivisione, rischia di sovvertire il mandato originario della Chiesa, riducendo la predicazione della fede e l’invito al Battesimo a elementi secondari, in favore di un cammino condiviso che riconosce il pluralismo come dato irreversibile della società moderna.
Al contrario, il magistero e la dottrina della Chiesa, radicati nella Scrittura e nella Tradizione, affermano con chiarezza il mandato missionario conferito da Gesù ai suoi discepoli: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo» (Mt 28,19).
La nota dottrinale della Congregazione per la Dottrina della Fede del 2007 ribadisce che Gesù ha invitato tutti alla fede e alla conversione, mentre encicliche come Redemptoris Missio ed Evangelii Gaudium esortano a una missione che non si limita al dialogo, ma porta la gioia del Signore a ogni uomo, riconoscendo che la salvezza è in Cristo.
Consapevoli delle difficoltà nel mondo occidentale, segnato da secolarizzazione e pluralismo, i cristiani sanno che annunciare la verità del Vangelo può suscitare resistenze, poiché una cultura che privilegia il relativismo non tollera pretese di assolutezza.
Eppure, Gesù ha avvertito i suoi: «Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi» (Gv 15,20), preparando la Chiesa a un cammino che non cerca l’approvazione del mondo, ma la fedeltà al mandato.
Come Cristo con la sua testimonianza “ha dato fastidio”, e per questo è salito in croce, così è anche per l’evangelizzazione autentica: accetta l’ostilità ideologica e la marginalizzazione, trasformandole in opportunità di grazia.

