Oggi, come ieri, desta scandalo la figura di un Dio povero e mansueto, perché oggi, come ieri, i mansueti sono ai margini.
Essere combattivi e competitivi non è solo una garanzia di successo, ma è la regola stessa del progresso umano: lo sentiamo ogni giorno.
La salvezza dell’umanità non può essere posta nelle mani di uomini che non alzano la voce e non affermano con forza il proprio diritto.
Il Vangelo non disquisisce sulle leggi del progresso, ma ci presenta un’altra via, quella che Dio ha percorso: il peccato è vinto da un uomo sconfitto dai poteri di questo mondo, condotto al macello come un agnello mansueto.
Giovanni parla del peccato al singolare e non dei peccati, e lo fa per dodici volte nel suo Vangelo, per indicare la menzogna collettiva che avvolge, come una grande cappa, uomini e istituzioni.
Nella concezione dell’evangelista, il peccato – personalizzato – sembra una forza invincibile, perché ha il potere di chiudere l’uomo in se stesso e di condurlo alla morte; ma il Vangelo offre la certezza che esso può essere sconfitto, anzi, è stato sconfitto dall’agnello crocifisso, suprema disfatta per il mondo, suprema vittoria per la fede.
Il Battista testimonia questa incrollabile fede nella vittoria dell’agnello, quando, additando Gesù presente nel mondo, lo indica come l’agnello mansueto che, nella mitezza e nell’umiltà, sconfigge il peccato del mondo con la sola forza dello Spirito.
L’insistenza sullo Spirito che discende su Gesù e si ferma su di lui è eloquente.
L’evangelista, infatti, non scrive soltanto che lo Spirito discende su Gesù, ma che rimane su di lui. Il verbo greco, utilizzato due volte in pochi versetti, esprime un rapporto permanente, come sono permanenti Dio e i suoi doni.
Perché l’uomo, nonostante il suo potere e il suo prestigio, è un essere precario, che se ne va.
I suoi anni si addizionano e vengono logorati dal tempo.
Dio è colui che rimane, ed è per questo che la forza del suo Spirito disceso sul Figlio, può divenire una sorgente di linfa vitale per ogni uomo a cui lo Spirito è dato in dono.
È in forza dello Spirito che l’uomo può rinascere, dirà Gesù a Nicodemo (Gv 3,5-8), ed è in forza dello Spirito che i peccati potranno essere perdonati (Gv 20,22-23).
Il forte legame tra l’impotenza di Dio, la sua vittoria sul potere del peccato e lo Spirito può sembrare aleatorio solo alla ragionevolezza umana che vola spesso in superficie, ma non all’uomo di fede.
Nel modo di leggere Dio, assistiamo spesso a una contaminazione di pensieri, che ci ha condotto a ritenere Dio come maximum in tutti i campi: onnipotente, onnisciente, principio e fonte di ogni certezza e di ogni verità…
Che un Dio possa essere debole, impotente e mansueto è inconcepibile per una certa teologia metafisica, ma è il cuore della teologia cristiana, che legge la storia della salvezza come la storia di un Dio per cui «non c’è amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13).
In fondo, è proprio l’onnipotenza dell’amore che conta e cambia le sorti umane.

