Nel cuore delle tenebre una luce si alza

III° Domenica T.O- Anno A

Dopo l’arresto di Giovanni Battista, Gesù lascia l’isolata Nazaret e si stabilisce a Cafarnao, sulle rive del Lago di Galilea, nel territorio di Zabulon e Neftali.
Non è un semplice spostamento geografico, ma una scelta carica di significato.

Nel momento in cui tutto sembrerebbe suggerire prudenza e ritiro, Gesù non si nasconde.
Entra invece nella vita ordinaria, tra le case, le strade e il lavoro della gente comune, per far risplendere la luce di Dio proprio là dove l’esistenza appare più semplice e ripetitiva.

Il profeta Isaia aveva annunciato: «Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce» (cfr. I lettura).
In Gesù questa parola trova compimento.
La luce non si accende nei luoghi del potere religioso o politico, ma ai margini, nella concretezza del vivere quotidiano.

Dio non teme le tenebre dell’umano: le attraversa, le abita, le trasforma.
La Galilea diventa così il segno di una fede incarnata, di un Dio che sceglie di farsi vicino là dove la vita scorre tra fatica, attese e speranze fragili.

Le tenebre di cui parlano Isaia e il Vangelo non sono soltanto l’assenza di luce fisica.
Sono il disorientamento interiore, la paura del cambiamento, la sensazione di impotenza che paralizza.

Essere «immersi nelle tenebre» significa rassegnarsi, accettare il buio come definitivo.
Ma la venuta di Gesù è un invito al movimento: chiede di rialzarsi, di tornare a camminare, di non restare prigionieri dell’ombra.

Alcuni semplici pescatori hanno saputo riconoscere quella luce.
Nel cuore della loro vita ordinaria, tra reti da riparare e barche da spingere in acqua, hanno intuito che quella presenza apriva un orizzonte nuovo.

Per questo hanno lasciato il lavoro quotidiano e si sono messi al seguito di Gesù, che li incammina verso un mondo rinnovato, del quale già si manifestano i segni: parole che generano gioia, gesti che annunciano salvezza, incontri che restituiscono dignità e vita.

In quel momento prende forma il primo, fragile e luminoso germe della Chiesa.
I discepoli seguono il Signore non solo per stare con lui e condividere la sua intimità, ma per diventare segno vivo della sua presenza nel mondo.

Sono chiamati a testimoniarlo e a radunare uomini e donne nel suo nome, perché nessuno resti chiuso nella solitudine o escluso dalla speranza.
La Chiesa nasce così: non come istituzione già compiuta, ma come comunità in cammino, generata dall’incontro con una luce che chiede di essere condivisa.

In questo contesto appare con maggiore chiarezza la novità del discepolato di Gesù.
Nelle scuole del giudaismo, il rapporto tra maestro e discepolo era fondato sulla trasmissione di un sapere: il discepolo sceglieva il rabbì, lo seguiva per apprendere la Legge e, una volta formato, aspirava a diventare egli stesso maestro.
Era un cammino orientato al compimento di una competenza e all’autonomia.

Con Gesù, invece, la luce non è un sapere da possedere, ma una vita da condividere.
Per questo la sequela non ha una scadenza.

Seguire Gesù non è una tappa da superare, ma una condizione permanente: si rimane discepoli perché si rimane esposti alla sua parola, sempre in ascolto, sempre in cammino.

Il discepolo non arriva mai a “sapere abbastanza”, perché ciò che è chiamato ad apprendere è uno stile di vita, un modo di amare, un modo di stare nel mondo.